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La storia di Natale

Tra sabato 22 e domenica 23 dicembre 2018 sulle pagine del Corriere della Sera edizione Bergamo, il giornalista Fabio Paravisi ha pubblicato due bellissimi articoli che parlano del "Posto Caldo" di Bergamo e delle persone che lo vivono. Un bel regalo di Natale per le decine di volontari che quotidianamente operano in quella sede, ma non solo: è utile divulgare la situazione di queste realtà, troppo poco spesso sotto i riflettori, nella certezza che possa indurre molti a pensare.


sabato 22 dicembre 2018
Natale, pranzo coi senzatetto, servono sindaco e assessori. A tavola con le storie di chi trascorrerà le Feste da solo o in strada
Al pranzo di Natale si arriva passando a fianco delle trapunte stese sulla pensilina 12 e alla gente che cerca un modo per togliersi dalle ossa il freddo della notte. Per una volta il Posto Caldo delle Autolinee apre mezzogiorno. Menù speciale offerto dalla Ser.car che sforna 226 mila pasti l’anno alle scuole e ne porta qui cento ogni sera: tartina al salmone e frittatina, lasagne e arrosto con purè, pane e panettone sfornati dai detenuti di via Gleno (il panettone si chiama «Dolci sogni liberi»). Speciali anche i camerieri: a servire a tavola ci sono il sindaco Giorgio Gori e quasi tutti gli assessori. Le persone a tavola non li conoscono, uno dice di ricordarsi di Gori perché una notte di Natale era arrivato con dei panettoni. «Fa piacere che si ricordino di noi — dice Marcello di Stezzano —. Un mese fa non mi volevano più dare la pensione perché all’Inps risultavo morto». Un mantovano è entusiasta: «Da noi mai vista una cosa del genere». Tiziano di Almenno storce la bocca: «Quello là è il sindaco? Non sembra tanto contento di essere qui tra noi scarti della società». Gori gli si materializza alle spalle: «Non è che non sono contento, sono concentrato». Tiziano rilancia: «Ho sentito che avete comperato 50 sacchi a pelo, dove sono?» Gori va a informarsi e torna: «Ne arriveranno 200 subito e poi altri 300». Tiziano annuisce ma l’umore non cambia: «Smaltivo amianto, guadagnavo bene, poi ho cominciato a farmi. Sono uscito dalla comunità ma non ho trovato niente. Mi hanno offerto di tornare in comunità: piuttosto resto per strada. Mi chiedono tutti cosa voglio fare, visto che ho solo 34 anni. Bella domanda, non lo so». Il servizio è veloce: gli assessori sono stati avvisati che la clientela ha poca pazienza. Mario è contento: «Dimostrano umiltà. Io sono mezzo povero: ho una pensione di 500 euro e due figli disoccupati, così ogni tanto prendo il treno da Calusco e vengo qui a mangiare». A tavola con lui c’è Johnny, peruviano: spiega a tutti di essere arrivato quattro mesi fa, non ha più soldi e ha perso il passaporto, cerca un modo per tornare a casa. E poi Miloud, marocchino: «Sono qui da sedici anni e ho sempre lavorato, facevo il lavapiatti. L’anno scorso il ristorante ha chiuso. Vivo subaffittando il mio appartamento ma se voglio mangiare devo venire qui. Quello è il sindaco? Una bella idea». Andrea ha 8o anni, è di Merate ma abita a Ponte San Pietro: «Una casa ce l’ho: un monolocale, ma non ha nemmeno un fornello, per mangiare vengo qui». Si è messo la cravatta: «Per le Feste ci tengo. Per il resto sono solo, con i figli non vado d’accordo». L’assessore Maria Carolina Marchesi viene bloccata dall’inglese Barbara che festeggia Margherita: «Dopo dieci anni per strada può tornare a casa in Polonia, e tutto grazie ai soldi raccolti da noi gente di strada». Al Posto caldo si mangia in fretta e poi via. Al primo turno 56 persone, al secondo 16. Infine anche la Giunta si prende un tavolo. «Cerchiamo di fare il possibile anche se ci sono otto irriducibili che non vogliono essere aiutati — commenta infine Gori —. Queste sono esperienze che ti aprono spiragli su altri mondi».
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domenica 23 dicembre 2018
Il viaggio di Margherita. Dopo 8 anni lascia la strada con l’aiuto di tanti amici. La donna dormiva alle Autolinee, ieri è tornata in Polonia

Il grosso pullman beige accosta alla fermata: Margherita torna a casa. Dopo otto anni in strada, tremila giorni sui marciapiedi e tremila notti sotto le pensiline della stazione, ha trovato il coraggio per salire su quell’autobus pieno di scritte in polacco e tornare dai suoi genitori. Lei continua a sorridere, la faccia rossa e gli occhi lucidi, abbraccia chi l’ha aiutata, bacia la sua migliore amica e saluta Carlo, il senzatetto dal brutto carattere che, con il suo cagnolino Pepe, è stato la sua famiglia negli ultimi mesi. Ma Margherita di famiglie ne ha altre due, tra Polonia e Belgio. E ha anche un altro nome, quello vero, che dopo otto anni è riuscita rivedere sul passaporto: Malgorzata Lewandowska. «Questa storia è un miracolo. Non è un modo di dire: io sono credente, e vederla salire su quell’autobus tre giorni prima di Natale rinunciando alla vita in strada è un vero miracolo», dice Samanta Ravelli, che con Margherita Biondi dei Cristiani evangelici di Seriate ha aiutato quella donna col borsone. Insieme a tanti altri, a partire dai senzatetto che le fanno quadrato attorno e non la fanno parlare con nessuno. Malgorzata ha 51 anni, due figli, Magdalena e Pawel, in Belgio, e due anziani genitori a Ketrzyn, ai confini con la Lituania. È un tecnico di laboratorio. Dieci anni fa la clinica chiude, le consigliano di andare in Italia e arriva a Milano, dove trova un posto da badante. Dopo due anni perde il lavoro, poi anche il denaro e i documenti. Inizia a vivere in strada, si fa chiamare Margherita perché è più facile, ha qualche problema di dipendenza. A Bergamo arriva con un uomo col quale ha una storia fino a due anni fa, quando lui muore. Malgorzata dorme sulle panche della stazione e sul grosso materasso che occupa la pensilina 12, quando fa molto freddo trascorre la notte in aeroporto. «Ma una donna, che ha una dignità di donna, può dormire su queste cose? Se per voi è normale, per me non lo è»: dà un calcio alla panca Barbara Peacal, di Liverpool, che sotto le pensiline dorme da quando è stata lasciata dal marito siciliano, anni fa. È stata lei, l’altro giorno, mentre sindaco e assessori servivano il pranzo al Posto Caldo, a chiedere un applauso per l’amica che tornava a casa: «Noi gente di strada le abbiamo preso il biglietto e i vestiti», si vantava. In realtà si sono mosse associazioni come la «Esodo» di don Fausto Resmini, «L’abbraccio» di suor Daniela Giovannelli e «Il giardino», di Albano. «Lei si vergognava a tornare: i genitori non sapevano della sua vita in strada», racconta un operatore. «Non voglio perdere la mia libertà», è sempre stata la sua risposta, anche a chi le suggeriva le strutture d’accoglienza. «Ma era sempre sorridente, nessuno l’ha mai vista arrabbiata», racconta Cristina Perico del Giardino. Un mese fa la figlia di Malgorzata perde il marito in un incidente, e lei si decide. Le evangeliche la portano al consolato polacco. «E qui c’è stato il primo miracolo — continua Perico —: il passaporto fatto in tre ore e poi una signora in coda che ha sentito la sua storia e si è offerta di pagare le spese per i documenti». Don Fausto trova il denaro per il viaggio e qualche vestito, i senzatetto fanno una colletta per cibo e sigarette, suor Daniela le offre una notte al caldo e un bagno. I suoi genitori vengono informati di tutto, la aspettano. Poi andrà dalla figlia. «Lei aveva il cuore chiuso, adesso l’ha aperto», dice tra le lacrime la sua amica inglese salutando il pullman della Bomatur Vip Class che inizia un viaggio di 1.806 chilometri. «È fantastico ciò che è successo — conclude Perico —. È raro che qualcuno lasci la strada. Almeno una volta, almeno a Natale, c’è bisogno di una piccola storia che finisca bene».


"Old woman covering her face" di Cristian Newman da UnSplash.com

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