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Magia della prima traccia nell'alba della Presolana

Dal Corriere della Sera, edizione Bergamo, di sabato 23 novembre 2013, un bellissimo articolo di Davide Sapienza:
La notte di neve non si smarrisce anche se qualche calo di tensione fa saltare la corrente. Anzi. Guardi fuori e hai la luce pura dell'universo che illumina le conifere del vasto mondo sotto la Presolana. Attimi fuggenti. Ma eterni. Lei protegge i dormienti e io penso ai bambini, che stasera hanno visto l'annuncio e domani andranno alla corte della meraviglia bianca. Intanto la neve esegue il suo canto incessante, danza imprevedibile e produce il silenzio che tutto avvolge e rigenera. Un dono prezioso e imprescindibile perché ti lascia andare nel profondo della vita, lungo i sentieri sotto la neve, come li chiamò Mario Rigoni Stern. Vie percorse tante volte che il mattino dopo saranno una nuova terra bianca per chi vorrà esplorarla. A volte vien da pensare al grande Fridtjof Nansen nell'artico a cercare la corrente polare: guardava il cielo, quel norvegese leggendario, e ci vedeva l'aurora boreale che gli diceva semplicemente, tu danza con la neve che poi lei ti porterà a casa. Lassù o qui nelle Alpi c'è un cuore solo che pulsa, quello di noi creature che siamo come i fiocchi di neve: ognuno così diverso, ognuno come se tornasse a trovarti dopo lunghi mesi di lontananza. Al risveglio la Presolana è un sorriso. Come sarà questa neve? Non ha fatto freddo e il fondo non sarà duro, la neve avrà più difficoltà ad attaccarsi e la temperatura di quel luogo segreto dove la bianca materia rimarrà posata nei prossimi mesi, non sarà mai troppo bassa. Allora, con riluttanza, rinvio il debutto dei miei due prodi vascelli: gli ski, oggi, non ancora. Si va comunque a fare una prospezione della miniera bianca a cielo aperto, ci sono sempre le scarpe della neve — le ciaspole. Al Donico ho imparato a sciare da bambino e Scanapà domina incontrastato, la luce passa alta e si adagia sulle creste della Presolana. Chissà chi è quel pittore così elusivo. Come sempre mi illudo di poterlo scovare e allora parto. Tutto giace immacolato e lassù di fronte al Donico non ci sono tracce: è questa l'ora formidabile che offre spazio per essere come il fiocco di neve e che ti lascia sfuggire al tempo. Davanti a me la strada che porta all'alpeggio delle Corzene è un lenzuolo magnifico sul quale veleggiare. Il ritmo naturale dell'uomo nella neve (pochi sanno che gli ski furono usati dall'uomo prima della ruota) assomiglia a quello della vita che rinasce. Lo sa bene chi ama la neve: l'autunno non è la morte e l'inverno non è la stagione ostile. Essi sono il laboratorio dove è lecito immaginare i nuovi raccolti. Quando nevica, possiamo tutti diventare esploratori, come Nansen che disse «invece di andare contro la natura e finire stritolato dai ghiacci, costruirò un vascello che si farà sollevare su di essi e potrò entrare in quell'immensa terra bianca». Dobbiamo essere così, per ritrovare la via smarrita. Cammino. La traccia si distende alle mie spalle, ma davanti è tutto ancora da scoprire. L'avanzata lenta e regolare ti allaccia alla luce che si diffonde. Questa corrente non conosce cali di tensione. È universale. I rami sono carichi. É la prima neve bassa di questo autunno, manca un mese all'inverno, ma dopo avere superato il maestoso arco di abeti, quando nella radura improvvisa appare la traccia della lepre, mi sento dentro il laboratorio bianco. La seguo sin dentro la valle dei Cassinelli. Oggi è tutto bianco e ancora il lenzuolo bianco non accenna a cambiare forma. Si sale. Più a valle so che sta nevicando, ma qui il sole fa visita a un gruppo di larici che si accendono di rosso arancio. Poi eccola arrivare dal cielo: è neve che contende al sole la gioia di essere liberi qui in montagna. La lepre non sbagliava. Ecco una grotta, dove un cerchio di pietre e qualche legno per un fuoco mi riportano a mille anni fa o forse mille ore prima di oggi. Ora posso scendere. Qui a casa va tutto bene. La musica della neve ha ripreso a emettere il richiamo.

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